venerdì, gennaio 27, 2006

Shanghai, donna rinchiusa in manicomio per aver chiesto giustizia

23 Gennaio 2006
CINA
Dal 1997 Liu Xinjuan presentava petizioni regolarmente ignorate al governo di Shanghai per ottenere giustizia su un problema immobiliare. Al ritorno da Pechino è stata arrestata, picchiata e chiusa con la forza in un ospedale psichiatrico.
Shanghai (AsiaNews/Scmp) – Una donna di Shanghai è stata rinchiusa con la forza per la terza volta in un ospedale psichiatrico per aver chiesto giustizia su un problema immobiliare tramite delle petizioni alle autorità di Pechino.
La polizia ha arrestato lunedì scorso Liu Xinjuan, 50 anni, in un parco del distretto di Jingan dove si doveva incontrare con altri cittadini. Il gruppo aveva intenzione di portare una serie di petizioni presso le sessioni permanenti dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica del popolo cinese.
Feng Liangxi, il figlio di Liu, afferma che la madre è stata picchiata in maniera grave dalla polizia durante il primo fermo, nel carcere della città di Qibao, ed è stata poi rinchiusa nell’ospedale psichiatrico Beiqiao, nel distretto di Mingxing. “Aveva le guance così gonfie – racconta il figlio, che ha potuto vedere la madre solo 2 giorni dopo – che non potevano essere toccate, oltre a ferite visibili sulla schiena e sulle gambe: non riusciva neanche a camminare bene”.
Liu inizia la sua campagna di petizioni nel 1997, dopo che una corte di Shanghai le assegna due dei sei appartamenti che la donna ha acquistato in comproprietà con il marito, da cui aveva divorziato nel 1991. “Mia madre – spiega Feng – ritiene la decisione della corte ingiusta, perché la proprietà è stata comprata a metà con mio padre. Il governo locale l’ha avvertita più volte di non portare le sue richieste a Pechino, ma di presentarle solo a Shanghai.”.
Il primo ricovero di Liu in un ospedale psichiatrico risale al marzo 2003 e dura 14 giorni: la donna viene rinchiusa dopo 5 giorni di arresto nella prigione di Tilinqiao. L’accusa è quella di aver visitato un ufficio petizioni della capitale nei primi mesi dell’anno. Il secondo ricovero risale al giugno dello stesso anno e dura 8 mesi. Liu ha visitato Pechino di nuovo a novembre 2005 ed è tornata a Shanghai questo mese.
Feng dice che le autorità non sono state in grado di produrre dei documenti che attestino la malattia mentale della madre ed aggiunge che nessuno lo ha informato dei ricoveri. “Ho saputo dove si trova mia madre – conclude – solo perché mi è stato detto da coloro che facevano parte del suo gruppo”.
Gli ospedali psichiatrici in Cina sono utilizzati come “gabbie” in cui rinchiudere dissidenti politici, attivisti per i diritti umani, praticanti della Falun Gong e tutti coloro che “turbano ripetutamente l’ordine pubblico”. Alcune delle tecniche di “cura” che vengono usate negli ospedali sono le stesse dei campi di lavoro forzato (laogai) e dei centri di detenzione.
I “ricoverati” vengono infatti “curati” con delle iniezioni di droghe psicotrope, con grandi quantità di elettro-shock attraverso gli aghi dell’agopuntura, devono sopportare la privazione del sonno, vengono legati e sottoposti ad alimentazione forzata per lunghi periodi di tempo. I postumi di queste “cure” includono depressione, perdita della memoria, disordini da stress post- traumatico, danni permanenti ai nervi e portano spesso al suicidio.
Per Brad Adams, direttore della sezione Asia di Human Rights Watch, “è arrivato il momento per i leader cinesi di decidere che la strada per la modernizzazione passa anche attraverso l’abolizione di pratiche barbare come l’uso di trattamenti e farmaci psichiatrici per persone che hanno opinioni politiche diverse dalle loro”. Adams cita il caso di Wang Wanxing, un lavoratore residente a Pechino di 56 anni che, arrestato il 3 giugno 1992 (terzo anniversario del massacro di Tiananmen) per aver cercato di esporre sulla piazza un cartello con cui chiedeva al Partito comunista di cambiare il giudizio sul movimento democratico, è stato rilasciato dopo 13 anni di ricovero obbligato.
Il dissidente descrive infatti alcuni dottori ed infermieri di natura “sadica” e racconta di casi in cui il personale medico usava l’elettroshock per trattare i casi più difficili, obbligando gli altri internati ad assistere alle cure-torture.

Da: http://www.asianews.it/view.php?l=it&art=5186

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